Il popolamento umano dell’Učka e della Ciceria

L’arrivo dei cacciatori | Gli inizi dell’azione dell’uomo sull’ambiente | L’età del bronzo – prosperità e tumulti | La Pax Romana e lo sfarzo | Il Medioevo | La tradizione |  XIX e XX secolo | La montagna e il mondo moderno

L’arrivo dei cacciatori

Le testimonianze dell’uso dell’Učka e della Ciceria risalgono a più di 10.000 anni fa, sul finire dell’ultima era glaciale. Questo fu un periodo di grandi mutamenti ambientali per cui queste montagne rappresentavano un biotopo interessante e una zona di caccia per le comunità umane del tempo.

All’apice dell’era glaciale, 16.000 anni fa, gran parte dell’acqua degli odierni mari del mondo era imprigionata in cappe di ghiaccio che ricoprivano enormi superfici dell’emisfero boreale del pianeta. Il livello del mare all’epoca era anche di 120 m più basso rispetto a quello odierno, l’Adriatico era solo un golfo che terminava all’incirca a livello di Zadar (Zara), mentre la sua odierna parte settentrionale era costituita da un’ampia steppa, una ricca zona di caccia abitata da numerose specie animali ormai estinte come il mammut, il rinoceronte lanoso, l’uro e i bisonti europei. Le odierne montagne come l’Učka allora distavano dal mare diverse centinaia di chilometri, ricoperte da fitte foreste di pino nordico, e le loro cime erano spesso imprigionate nel ghiaccio permanente. Come tali, non rappresentavano biotopi interessanti per le piccole comunità di cacciatori-raccoglitori dell’epoca.

13.000 anni fa questa situazione iniziò a mutare velocemente – il rapido riscaldamento terrestre segnò la fine dell’era glaciale, il ghiaccio gradualmente abbandonò il continente europeo, mentre l’acqua colmò le vaste steppe. Per gli abitanti di quel tempo, questo cambiamento fu molto drammatico: nell’arco della vita di una persona la linea costiera sull’Adriatico si spostava anche di alcuni chilometri.

Spinti dall’acqua che sopraggiungeva e favoriti dal riscaldamento che rese le montagne più accessibili, piccoli gruppi di persone iniziarono ad arrivare in questo territorio e usarlo come zona di caccia stagionale e dimora. Il complesso Pupićina peć e Vela peć a Vela draga è uno dei più significativi siti archeologici in Croazia risalenti a questo periodo. Reperti antichi 12.000 anni testimoniano la vita che allora conducevano piccole comunità di poche decine di individui che arrivavano in queste grotte generalmente in autunno per cacciare cervi, cinghiali e uri.

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Gli inizi dell’azione dell’uomo sull’ambiente

7.500 anni fa, l’allevamento – e successivamente l’agricoltura – vengono trasferiti dall’Asia Minore alle coste dell’Adriatico. Queste novità cambiano per sempre il modo di vivere delle popolazioni, come pure il loro ambiente naturale.

Con il riscaldamento della terra e il mutamento dell’ambiente, cambiarono i modi di vita dell’uomo: si crearono delle circostanze per uno stile di vita che non dipendeva più soltanto dalla clemenza della natura o dal successo nella caccia. 10.000 anni fa le comunità umane del Vicino Oriente addomesticarono gli animali che fino ad allora facevano parte della cacciagione come le pecore e le capre selvatiche; poco tempo dopo iniziarono a coltivare anche i primi cereali e per la prima volta poterono garantirsi le fonti di cibo. Era questo l’inizio del neolitico o dell’ultimo periodo dell’età della pietra.

Servirono ancora alcune migliaia d’anni prima che queste attività si propagassero fino all’Adriatico settentrionale – questo era il periodo in cui il mare assunse prevalentemente le proporzioni odierne. I primi allevatori giunti qui trovarono un paesaggio molto diverso da quello che conosciamo oggi; innanzitutto dovettero diradare col fuoco le fitte boscaglie montane per creare i pascoli per i loro greggi. Così per la prima volta furono aperti gli ampi pascoli montani come Gospin dol e Sapaćica che ancor oggi rendono rinomati l’Učka e la Ciceria. Questo è stato l’inizio di quel modo di vivere degli allevatori, che si è mantenuto fino ai giorni nostri.

All’inizio le pecore e le capre venivano allevate innanzitutto per la loro carne, ma i reperti di ceramica e ossa dello strato neolitico a Pupićina peć indicano che i pastori di questi luoghi acquistarono presto dimestichezza con la trasformazione del latte. Un gran numero di recipienti in ceramica che venivano usati nella mungitura e un numero sproporzionato di ossa appartenenti ad animali giovani, indica che nell’allevamento si tendeva a conservare la maggior quantità possibile di latte per destinarla al consumo e alla trasformazione.

Questi pastori conducevano una vita da seminomadi, che fra gli allevatori di pecore si è mantenuta fino ad oggi: a seconda della stagione e delle condizioni dei pascoli si trasferivano con i loro greggi nei pascoli già noti in varie località e a diverse altezze sopra il livello del mare. Solo più tardi, con l’arrivo delle prime colture agricole, in questi luoghi furono creati i presupposti per la nascita di insediamenti permanenti, simili agli odierni paesi.

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L’età del bronzo – prosperità e tumulti

La scoperta del metallo contribuisce alla fioritura del commercio, ma accresce anche la forza militare delle comunità umane. Arrivano i primi conquistatori, appaiono i primi regni locali e le alleanze tribali.

La successiva grande novità nell’economia umana e nel modo di vivere fu la scoperta del metallo, innanzitutto del rame e successivamente la sua lega con lo stagno, il bronzo. I metalli, grazie alla loro solidità e plasticità, permisero lo sviluppo di svariate nuove forme di utensili e armi; questo fatto portò ad un’ulteriore crescita dell’agricoltura ma anche al rafforzamento del potere militare. La produzione del bronzo diede il via allo sviluppo del commercio nell’intera Europa di allora: i metalli che formano questa lega, lo stagno e il rame, si trovavano assai di rado negli stessi luoghi e quindi il rifornimento di queste materie prime spesso implicava il commercio con paesi lontani.

Con la scoperta dell’aratro e un progresso generale dell’agricoltura, le società agricole iniziarono a produrre generi alimentari in eccesso, sufficienti al sostentamento di quegli strati sociali che non si occupavano di produzione agricola, ma erano costituiti da guerrieri specializzati, regnanti o appartenenti al clero. Culture di questo genere si estesero e migrarono a scapito della popolazione indigena meno sviluppata e così, in quest’epoca, sul territorio dell’Istria e della Liburnia, arrivarono gli appartenenti al gruppo etnico indoeuropeo, di cui oggi è costituita la maggior parte della popolazione europea. Con l’arrivo di questi forestieri nacquero i primi regni locali e le alleanze tribali che lasciarono la loro traccia nel paesaggio dell’Učka e della Ciceria: si costruì un grande numero di castellieriche servivano per controllare le vie mercantili o come rifugio della popolazione nel corso delle frequenti battaglie.

Fra questi spiccavano i popoli illirici degli Histri e dei Liburni, ed il massiccio dell’Učka segnava il confine dei territori da loro occupati. Sebbene non avessero mai sviluppato l’alfabetizzazione e un’elevata cultura, questi popoli – attraverso il commercio con i Greci e gli Etruschi e vivevdno a contatto con l’antica cultura – assunsero numerose caratteristiche estetiche e usanze di queste sviluppate culture limitrofe.

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La Pax Romana e lo sfarzo

Con la conquista romana, l’Istria e la Liburnia entrano nel periodo della storia scritta. Si costruiscono strade attraverso i passi montani, mentre i fabbisogni alimentari delle nuove città e dei grandi eserciti richiedono l’intensificazione dell’allevamento del bestiame e dell’agricoltura.

Occupando l’intera penisola appenninica nel III sec. a.C., la Repubblica di Roma si estese fino ai confini del regno degli Histri. Non passò molto tempo che anche questo suo piccolo vicino che si trovava sulla strada dell’espansione verso est, divenne la meta delle ulteriori conquiste: nel 177 a.C., col pretesto di opporsi alla pirateria degli Histri, le legioni romane circondarono la capitale histrica, Nesazio, e la assoggettarono dopo un assedio terminato con il suicidio del re degli Histri Epulo. Poco dopo, anche le province della vicina Liburnia entrarono a far parte della Repubblica romana; con ciò il territorio attorno all’Učka e la Ciceria divenne parte integrante della cultura classica e della storia scritta. Nel successivo lungo periodo di pace, numerose cittadine illiriche divennero centri urbani romani, e sorsero anche nuovi insediamenti.

La conquista romana ha avuto solo un influsso indiretto sull’Učka e la Ciceria. Sulla stessa montagna non ci sono tracce rilevanti di architettura romana, tuttavia, per esigenze di collegamento fra l’Italia e le province orientali, furono costruite due strade: la Via Flavia che collegava Pula (Pola) e Trsat (Tarsatica) attraverso il valico di Prodol sopra Kožljak (Cosliacco), e la Via Secondaria che attraverso il valico di Poklon collegava la Liburnia con le città italiane.

La grande crescita dei centri urbani romani, come pure l’immenso apparato militare che era necessario nutrire, favorirono uno sfruttamento più ampio ed efficace del territorio dal punto di vista agricolo. I reperti archeologici delle grotte dell’Učka e della Ciceria testimoniano una fervida vita pastorale, mentre nei sedimenti provocati dall’erosione sono rimaste le tracce del considerevole allargamento delle aree adibite al pascolo e all’agricoltura.

Una parte del patrimonio risalente direttamente all’epoca romana è il formaggio dell’Učka e della Ciceria, la cui ricetta odierna differisce poco da quella contenuta nei documenti scritti che descrivono la produzione del formaggio a pasta dura ai tempi degli antichi Romani. La produzione di questo alimento denominato “Caseus formatum” (che significa letteralmente “formaggio in forme”) era standardizzata perché faceva parte delle razioni delle legioni romane. Le conquiste romane lo portarono in gran parte del Mediterraneo e dell’Europa, dove più tardi assunse caratteristiche locali, dando origine a tutta una serie di noti formaggi europei odierni, fra i quali anche quello dell’Učka e della Ciceria.

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Il Medioevo

Dopo aver perso la protezione che la costa riceveva dallo Stato romano, la montagna diventa nuovamente un luogo di rifugio e sicurezza. Le migrazioni dei popoli cambiano il quadro etnico di questo territorio portando qui gli antenati degli odierni Croati.

Nel V secolo il periodo di pace garantito dalla presenza dell’Impero romano stava per finire. La sua rapida disgregazione comportò una serie di incursioni barbariche e saccheggi che resero insicura la vita sulla costa e spinsero la popolazione locale, a ritirarsi sempre più in alto sulla la montagna. In quel periodo, come luoghi di rifugio, si popolarono nuovamente le grotte come il complesso di Oporovina sopra Medveja, si costruirono bastioni e rifugi e vennnero fortificati anche i piccoli centri urbani che sarebbero poi diventati comuni medievali come Brseč (Bersezio), Mošćenice (Moschiena), Lovran (Laurana) e Veprinac (Apriano).

Forse l’evento più rilevante del primo Medioevo per questo territorio è stato il popolamento delle tribù slave alla fine del periodo delle migrazioni. Un monumento importante di questo periodo è il luogo sacro dell’antica religione slava nell’entroterra di Moschiena fra il casale di Trebišće e il monte Perun. La toponomastica di questo territorio è caratterizzata da antichi concetti mitologici slavi e indica che per i primi immigrati slavi nel Quarnero questo paesaggio aveva un significato sacro.

Nel X secolo l’Učka costituiva un confine fra il Regno dei Croati e l’Impero dei Franchi; a questo periodo seguì una fase storica burrascosa in cui queste terre sono state oggetto di battaglie e demarcazioni di confini fra i numerosi stati e governanti feudali che si succedevano sul territorio dell’Istria e della Liburnia. Risalgono a questo periodo una serie di fortificazioni e castelli, situati generalmente in luoghi strategici, già utilizzati per la costruzione di castellieri. Fra questi, all’interno del Parco, merita di essere citata la fortezza di Kožljak (Cosliacco) costruita nell’XI secolo dai vassalli franchi.

Sul finire del Medioevo, nel XV secolo, nelle zone montane dell’Istria devastate dalla peste, migrano i Valacchi che successivamente diventeranno noti come Cici o Istro-rumeni. I Valacchi portano con sé la propria lingua e tradizione pastorale e contribuiscono significativamente allo sviluppo della cultura e del modo di vivere locali.

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La tradizione

La vita tradizionale e l’economia dell’Učka e della Ciceria sono il risultato di millenni di convivenza con il paesaggio circostante e dei contributi culturali di tutti i popoli e delle comunità che qui hanno vissuto.

Nel periodo trascorso dal Medioevo all’era moderna, la cultura tradizionale e il modo di vivere sull’Učka e nella Ciceria assumono le loro caratteristiche definitive. Dal continente americano vengono importati la patata e il granturco, due piante che avranno un ruolo decisivo nell’agricoltura montana e nell’alimentazione della popolazione qui presente. Gli scrittori di viaggio che passano per questo luogo, come Johann Weikhard Valvasor, scrivono che sui pendii dell’Učka “si estendono numerosi vigneti, e la loro uva è piena di buon vino”, mentre degli abitanti locali Valvasor dice anche che [...]“non pochi di loro si mantengono anche con altri frutti come i marroni, ovvero delle grosse castagne che vengono altrettanto esportate in paesi lontani, dato che ne crescono boschi interi.”

Questo fu il periodo di maggior popolamento e sfruttamento del territorio dell’Učka e della Ciceria. I paesi contavano anche 600 abitanti e c’era una fervida attività economica. Per le necessità delle valli, della costa e delle città vicine, gli abitanti delle zone montane producevano ed esportavano formaggio, carbone di legna e raccoglievano frutti di bosco. Questa merce veniva portata ai mercati in Liburnia e Istria: un compito che spesso gravava letteralmente sulle spalle delle donne del paese poiché gli uomini trascorrevano la giornata intera a lavorare la terra nei campi o ai pascoli.

Testimonianze di questo stile di vita sono i paesaggi con le coltivazioni a terrazzo, le valli montane e i pascoli, nonché un vasto patrimonio architettonico, espressione di un millennio di vita su questo territorio. Fra i centri abitati del Parco si distinguono, per l’originalità dell’ambiente e delle costruzioni, Lovranska Draga (Draga di Laurana), Mala Učka (Villamonte), Brest pod Učkom e Brgudac (Bergozza); mentre per quel che concerne i piccoli casali e rifugi pastorali e abbandonati vanno assolutamente menzionati Trebišća (Trebischia), Petrebišća (Potrebischia) e Podmaj (Pomai). Quale importante patrimonio monumentale spiccano i sentieri e le strutture idriche che furono messi in funzione anche dall’amministrazione austroungarica per le necessità della popolazione montana e dei viaggiatori, come la fontana “L’acqua di Giuseppe II” o la fonte Korita.

Allegati: fotografie del Lauranese, della Ciceria, della fonte Korita, dell’economia tradizionale e dei rifugi pastorali.

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XIX e XX secolo

Lo sviluppo del turismo e dell’escursionismo e alpinismo portano i primi visitatori e le prime strutture turistiche sull’Učka.

Nella seconda metà del XIX secolo, lo sviluppo dei trasporti e della società borghese nella Monarchia Austroungarica portò ai primi importanti mutamenti nel rapporto fra l’ambiente e l’Učka e la Ciceria. Lo sviluppo di Abbazia e Laurana, quali stazioni di cura e riposo, era stato condizionato dal clima e dalla bellezza del loro entroterra montano e nonfu necessario attendere a lungo per assistere allo sviluppo del turismo dalla zona costiera verso la montagna. La prima ascesa documentata sul monte Vojak fu pubblicata nel 1852 sulla rivista zagabrese “Neven” con il titolo “Zora na Učki” (L’alba sull’Učka), mentre nel 1885 venne costituito il “Club alpino Fiumano”, una delle prime organizzazioni alpine in questa parte d’Europa. Nel 1887 a Poklon fu costruita la Casa alpina della Principessa Stefania e fu tracciato il primo sentiero ufficiale fino alla vetta più alta dell’Učka, Vojak. Nel 1911, sempre sulla cima Vojak, furono conclusi i lavori di costruzione della torre belvedere ad opera della Società turistica austriaca. All’inizio la popolazione locale guardava con diffidenza i nuovi venuti dalla città e il loro insolito interesse ad arrampicarsi sulla montagna senza una particolare necessità; presto però si resero conto che questi ospiti desiderosi di trovare un luogo dove ristorarsi e alloggiare, rappresentavano una considerevole fonte di guadagno.

Nel corso della II guerra mondiale il territorio dell’Učka e della Ciceria divenne la base della resistenza partigiana alle forze di occupazione; in particolare si deve citare il paese di Brgudac (Bergozza) dove si trova anche il memoriale della Lotta di liberazione. Pochi sono gli insediamenti sull’Učka e nella Ciceria che non abbiano almeno un monumento a ricordo degli incendi, delle uccisioni e persecuzioni commessi ad opera dell’esercito tedesco nella primavera del 1944 durante ultimi disperati tentativi di vincere la resistenza della popolazione locale.

Allegati: vecchie fotografie turistiche, targhe ricordo

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La montagna e il mondo moderno

Il mutamento delle circostanze socio-economiche porta all’indebolimento delle attività tradizionali sull’Učka e nella Ciceria. Il XXI secolo però porta una rinascita dell’interesse per la cultura e la vita di questi luoghi, come pure nuove speranze per la loro sopravvivenza.

Oltre alle stragi causate dalla II guerra mondiale, il fattore più importante della scomparsadella vita rurale sull’Učka e nella Ciceria nel XX secolo è il mutamento delle condizioni sociali ed economiche che comporta sempre più spesso l’abbandono della vita tradizionale e lo spostamento della popolazione in città. Di molte belle case di campagna e della maggior parte dei rifugi pastorali oggi sono rimaste solo le rovine. Questo cambiamento non influisce solo sulla società e sulla cultura: i pascoli che oggi, rispetto al passato, sono popolati da un modesto numero di pecore, vengono conquistati rapidamente da alberi di ginepro e dalla macchia mediterranea. Ne consegue che svanisce il biotopo per numerose specie animali e vegetali e scompare la preziosa testimonianzadi convivenza fra l’uomo e la natura.
Comunque oggi, sul finire del secolo in cui questo processo ebbe inizio, in opposizione al frenetico mondo moderno della produzione e del consumo di massa, si nota un rinnovato interesse per la cultura tradizionale, le forme di vita e i prodotti tipici, sani ed ecologici: lo testimonia la grande affluenza di persone alle manifestazioni come la Fiera dell’Učka. Questi valori rappresentano la base per lo sviluppo del turismo sostenibile di quest’area: gli ospiti moderni apprezzano l’autenticità e la cultura tradizionale che cura le proprie radici ed origini.
Le antiche tradizioni non sono del tutto scomparse, ci sono pecore che pascolano sui campi dell’Učka e della Ciceria, in alcune case si produce ancora formaggio. Le antiche storie, le usanze popolari e addirittura le specie autoctone di piante e animali, vengono raccolti e custoditi grazie all’impegno degli abitanti e degli esperti del settore. Il fatto che nella società esistano l’interesse e la consapevolezza della necessità di difendere le nostre radici culturali e la convivenza sostenibile con la natura, ci fa sperare che sia possibile preservare questi valori e restituire un senso e una dignità alla cultura e al modo di vivere che li hanno prodotti.

Allegato: fotografie di paesi diroccati, Mira e Massimo, Fiera dell’Učka

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